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Verso un’Amarna digitale: dal mito di Akhenaton alla sfida dell’Intelligenza  Artificiale 

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Esiste un filo invisibile che lega l’utopia solare di Akhenaton alla rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo. Entrambe  segnano la nascita di una realtà parallela: un nuovo codice capace di ridefinire l’estetica, il linguaggio e la logica del  presente, mettendo in discussione i centri consolidati del potere. 

Con questo articolo proponiamo un’analogia storica e sociologica per leggere l’Intelligenza Artificiale oltre i tecnicismi.  Dalla “bolla nel deserto” della Silicon Valley alla rivoluzione di Amarna, ripercorriamo la storia di un’utopia che, come  ogni grande cambiamento, ha cercato di immaginare un ordine diverso del mondo.

Sei bello e grande (Aton), mentre splendi in alto su ogni paese, e i tuoi raggi abbracciano le terre fino ai limiti da te segnati, perché tu sei il sole e raggiungi i loro confini e le assoggetti al tuo figlio diletto (Akhenaton).
– Dal Grande inno ad Aton (1)

Duecento anni di guerre vittoriose avevano reso l’Egitto la più grande potenza del mondo conosciuto, quattordici secoli prima dell’era cristiana. Il faraone governava un impero che si estendeva dalle acque dell’alto Eufrate fino alla quinta e alla sesta cateratta del Nilo. Tebe era la città più magnifica del suo tempo; Amon il dio supremo, padre e guida del pantheon egizio; i suoi sacerdoti gli uomini più ricchi della terra, potenti quasi quanto il faraone stesso.

Eppure, sotto lo splendore di quell’ordine, covava un incendio. Per un breve momento della storia, il regno avrebbe visto vacillare i propri equilibri politici, religiosi e culturali come mai era accaduto prima. L’uomo destinato ad accendere quella frattura era Amenofi IV, che la storia avrebbe ricordato con il nome di Akhenaton: lo Spirito vivente di Aton.

Aton, il dio del nuovo mondo

Amenofi era nato nell’incantevole palazzo di Charuk, a Tebe, intorno al 1395 a.C. Aveva appena dodici anni quando, morto il padre, salì al trono sotto la reggenza di sua madre, la regina Tia, figlia del re di Mitannia, Artatama. Intorno a lui si aggirava una corte di principesse mitanniche e cassite, alcune delle quali avevano fatto parte dell’harem di suo padre. Attraverso i loro racconti, il giovane Amenofi apprese le memorie di antiche leggende, di probabile matrice indoeuropea, in cui si celebravano le glorie di un Dio solare, dalla forma discoidale, con lunghe braccia d’oro, che era luce e calore, materia ed energia; un dio che al giovane Amenofi doveva ricordare le antiche divinità solari della tradizione eliopolitana come Atum/Tem(2), creatore del disco. Ma nella mente del giovane faraone cominciava già allora a formarsi una teologia ardita che riconosceva nel disco solare un’entità auto-creata e autosufficiente, assolutamente immateriale e indefinibile, immanente in ogni esistenza materiale e compenetrata, al tempo stesso, di materia visibile (la luce del disco fiammeggiante) ed energia invisibile (il calore).

Pur ammettendo che Amenofi avesse familiarità con il simbolismo indoario ed eliopolitano, e forse addirittura con divinità vediche come Surya(3), è probabile che il suo rapimento mistico solare abbia 3 avuto un’origine ancora più semplice. Forse nacque nel deserto egiziano. Davanti alle albe e ai tramonti che incendiavano l’orizzonte, nel contrasto assoluto tra la luce e il buio di una terra quasi priva di crepuscolo. È facile immaginare il giovane faraone assorto davanti a quella vastità, mentre riconosceva nel sole non soltanto una divinità, ma il principio stesso che tiene insieme il mondo. Fu probabilmente lì che maturò la decisione di consacrare la propria vita ad Aton, l’Unico Dio, «Calore e Luce nel Disco»: una presenza che appartiene al mondo senza coincidere con esso, visibile e insieme inafferrabile. Nella visione di colui che sarebbe diventato Akhenaton, il disco solare assunse allora il significato di una forza capace di sospingere la realtà oltre il proprio limite, verso una nuova Età dell’Oro. Un’idea che nasceva dal rifiuto del presente, ma guardava insieme al passato e al futuro.

Vivificata da quell’immenso vuoto attraversato dalla luce, la sua mente dovette inevitabilmente confrontarsi con gli dei di Tebe: figure profondamente umane, celebrate da un clero potente, ricco e corrotto, che il giovane faraone guardava con crescente ostilità. Fu forse davanti a quegli orizzonti, sospesi tra il Nilo e il deserto, che prese forma l’intuizione destinata a cambiare la storia dell’Egitto. Un nuovo Dio. Una nuova religione. Ma soprattutto un nuovo modo di abitare il mondo. Non fuori da questa vita o da questo tempo, proiettata verso una giustizia ulteriore o un regno trascendente, ma immanente, in sintonia con la terra, sebbene in una forma sociale, politica e filosofica più nobile e più alta(4).

La fondazione di Amarna

Non è ben chiaro, a livello storiografico, se l’intuizione della nuova forza solare cosmogonica sia sorta con la volontà di liberarsi del vecchio mondo e dei vecchi riti, che in Tebe e nel suo sacerdozio devoto ad Amon, riconoscevano il loro cuore pulsante. Sembra perlomeno verosimile che, almeno in una prima fase, Amenofi avesse accettato l’idea di un pantheon sincretico, nel quale il disco di Aton potesse convivere con le antiche divinità. Sembra cioè probabile che, prima di concepire la rêverie di Amarna, il nuovo faraone avesse cercato di trasformare Tebe. Ne sarebbero testimonianza il primo tempio dedicato al Disco solare edificato nel sacro recinto di Karnak e la volontà di ribattezzare la gloriosa città dei suoi antenati ‘Città dello splendore di Aton’. E non è meno rimarchevole il fatto che i frammenti in pietra calcarea che sono stati ritrovati ai piedi del tempio di Aton recassero, accanto al nome glorificato di Horus(5), quello di altri dei come Seth(6) o Upuaut(7), il dio a testa di sciacallo della tradizione.

Perché allora, a partire dal sesto anno di regno, Amenofi – ormai Akhenaton – si rivolse con tanta determinazione contro Amon e il suo sacerdozio? La ragione, probabilmente, non risiedeva nella natura del nuovo dio. Gli Egizi erano abituati a incorporare nuove divinità e nuovi culti. Ciò che rendeva Aton davvero rivoluzionario era un’altra intuizione: il nuovo ordine spirituale doveva trovare un corrispettivo nell’ordine politico e sociale. In altre parole, la riforma religiosa implicava una redistribuzione del potere.
Per Akhenaton, l’autorità spirituale accumulata dai sacerdoti di Amon aveva progressivamente usurpato prerogative che appartenevano alla regalità. La sua non era soltanto una rivoluzione teologica, ma un tentativo di ricomporre l’unità tra potere politico e visione del mondo. Per il clero tebano, questo progetto rappresentava una minaccia esistenziale. Distruggere Akhenaton e il suo culto solare divenne presto una necessità. Più che una guerra tra religioni, fu una lotta per il controllo dell’ordine costituito. Da una parte il faraone, deciso a fare di Tebe il centro di una nuova visione del mondo; dall’altra i sacerdoti di Amon, straordinariamente ricchi e influenti, costretti a scegliere tra la sopravvivenza del proprio potere e l’accettazione di un nuovo equilibrio.

Non sappiamo con precisione quali azioni intrapresero per ostacolare il faraone. Sappiamo però, grazie alle iscrizioni sulle stele di confine di Tell el-Amarna, che Akhenaton arrivò a considerare il sacerdozio una forza profondamente ostile, capace di minacciare l’integrità stessa del regno.

Fu allora che il conflitto si radicalizzò. Il nome di Amon venne proibito come simbolo dello Stato sacerdotale. Le sue immagini furono cancellate dai monumenti pubblici e privati, fino alle tombe. Amenofi cambiò il proprio nome in Akhenaton, “Colui che è utile ad Aton”. Le terre e le ricchezze del clero furono confiscate; il grande tempio di Karnak venne chiuso e la lotta si estese progressivamente alle altre divinità del pantheon, fatta eccezione per gli antichi dei solari di Eliopoli.

Ma, nel frattempo, qualcosa era cambiato anche nel faraone. Gli anni di tensioni politiche e di scontri con il potere tebano avevano logorato un uomo che le fonti descrivono come mite, contemplativo, poco incline alla violenza. Fu allora che maturò la visione di Amarna. Possiamo immaginarla come una visione insieme politica e spirituale. Un luogo collocato nel tempo e, al tempo stesso, ai margini del tempo. Uno spazio capace di sottrarsi alle logiche del mondo senza rinnegarlo, sospeso tra la realtà terrena e la luce rivelatrice di Aton. Un tentativo di costruire un’altra possibilità. Il luogo scelto per questa città sorgeva circa trecento chilometri a sud dell’attuale Cairo, sulla riva orientale del Nilo. Una baia a forma di mezzaluna, racchiusa tra il fiume e le scogliere calcaree del deserto.

È facile immaginare Akhenaton mentre risale lentamente il Nilo sulla sua feluca. Poi, all’improvviso, quella visione: le pareti di pietra che riflettono la luce del mezzogiorno e si tingono di rosa e di viola al tramonto; il contrasto tra il giallo del deserto, il blu profondo del cielo e il grigio-azzurro del fiume che attraversa il paesaggio.

Secondo le stele di confine, Amarna gli apparve per la prima volta durante una notte di luna.

Il faraone comprese subito che quel luogo non apparteneva “né a un dio né a una dea, né a un principe né a una principessa”. Era una terra che sembrava attendere la propria consacrazione: nuova, intatta, innocente. Una terra parallela. Una terra senza memoria. Una terra ancora libera dai conflitti del mondo. Akhenaton la consacrò immediatamente ad Aton, il Disco di Fuoco, la cui essenza era luce e calore, materia ed energia. Da quel momento sarebbe diventata Akhetaton, la Città dell’Orizzonte del Disco.

Procedendo da nord a sud, ordinò che lungo i confini fossero innalzate le grandi stele consacrate. Più che semplici pietre miliari, erano il segno del fragile confine tra il mondo che aveva scelto di lasciare e quello che desiderava costruire. Un mondo posto accanto al primo, senza confondersi con esso. Un luogo che riportava alla memoria l’Età dell’Oro di Ra, in una terra che non era appartenuta a nessuno e che, da quel momento, apparteneva soltanto ad Aton (8).

Tutto deve essere per mio Padre: le sue colline, i suoi deserti, tutti i suoi animali da cortile, tutta la sua gente, tutto il suo bestiame, tutte le cose che Aton produce, su cui brillano i Suoi raggi; tutte le cose che stanno ad Akhetaton saranno per mio Padre, il vivente Aton, fino al tempio di Aton nella città, per sempre e da sempre. Tutte esse sono offerte al Suo spirito. E che i Suoi raggi possano essere splendidi quando esse li ricevono (9).

Il sogno di Amarna

Dalle famose Lettere di Amarna (10), che conservano la corrispondenza diplomatica del faraone con altri re, vassalli e ufficiali, sappiamo che Akhenaton continuò a governare l’Egitto dalla sua nuova capitale e che fondò almeno altre due città solari, una in Siria e l’altra lungo i confini con la Nubia, agli estremi opposti dei suoi vasti domini. Voleva forse trasformare l’intero Egitto in una ‘proprietà del Sole’? Molto probabilmente no. Pur desiderando ardentemente conformare l’ordine temporale delle cose a quello cosmico-divino, era probabilmente consapevole della natura utopica del suo sforzo e la scelta di non espandere i confini della sua nuova città sembrerebbe dimostrarlo. Perfino nel momento di massimo splendore, il faraone rimase un uomo ai margini del proprio tempo. Preferiva l’isolamento allo scontro, la contemplazione alla guerra. E la natura fragile della sua visione sembrava già inscritta nei materiali con cui la città era stata costruita: pietrisco e mattoni di fango assemblati in fretta, come se il tempo stesso mancasse.

Forse perché il tempo mancava davvero. Perché un’Età dell’Oro non trova facilmente posto dentro un’epoca che non è ancora pronta ad accoglierla. Eppure, nonostante quella fragilità, Amarna doveva apparire agli occhi di chi vi giungeva come una città sorprendentemente armoniosa. Tra il deserto e il Nilo si dispiegavano giardini, viali e grandi spazi aperti. Lungo la Via Imperiale sorgevano il palazzo del faraone, il lago, i giardini e il grande Tempio di Aton; poco distante correva la Strada del Sommo Sacerdote. A sud della città si trovavano i giardini di Maru-Aton, con pergolati, stagni e fiori di loto, immagine terrena di un paradiso che richiama, curiosamente, il Monte Meru della tradizione vedica: il monte cosmico, asse dell’universo e soglia del mondo divino. Anche il Tempio di Aton rompeva con la tradizione. Mentre i santuari dell’antico Egitto custodivano il sacro nelle stanze più oscure e nascoste, il tempio di Amarna si apriva completamente alla luce. Ampie corti a cielo aperto conducevano lo sguardo fino all’altare, lasciando che fosse il sole stesso a riempire lo spazio sacro.

Era un’architettura coerente con la nuova teologia: se Aton era luce, nulla doveva più rimanere nell’ombra. Anche il palazzo reale raccontava questo cambiamento. Le sue decorazioni abbandonavano la monumentalità simbolica dell’arte tradizionale per lasciare spazio a una natura osservata con sorprendente precisione: vitelli che saltano nell’erba punteggiata di papaveri, anatre che attraversano le paludi, uccelli e farfalle sopra gli stagni, pesci dalle squame argentate tra le giunchiglie, colombe in volo tra gli oltre cinquecento pilastri a palma dai capitelli dorati.

È quello che oggi conosciamo come lo stile di Amarna. Un linguaggio artistico radicalmente nuovo. Ed è proprio qui che compare uno dei suoi aspetti più sorprendenti. Nel mezzo di questo naturalismo quasi fotografico, risultano stranianti proprio le immagini del faraone e della sua famiglia, raffigurati ovunque: nei palazzi, nelle case, nelle tombe. Akhenaton appare con il cranio allungato, il mento appuntito, il collo sottile, il ventre prominente. Caratteristiche che hanno alimentato, nel tempo, interpretazioni di ogni tipo, fino alle più fantasiose ipotesi su una presunta fisiologia “aliena”. Secondo Arthur Weigall, l’archeologo che più di ogni altro ha studiato la civiltà di Amarna, quelle deformazioni non rappresentavano un tentativo di riprodurre fedelmente il corpo del faraone. Erano piuttosto una scelta stilistica. Un richiamo consapevole al modo in cui, nei primi secoli della civiltà egizia, venivano raffigurati i sovrani dell’età di Ra. Come se anche l’arte partecipasse allo stesso progetto politico e spirituale di Akhenaton: riportare il presente verso una perduta Età dell’Oro.

Bassorilievo raffigurante il disco solare Aton che illumina Akhenaton, la moglie Nefertiti e la loro famiglia

Cosa resta del sogno

Cosa resta oggi del sogno di Amarna?

Molto meno di quanto il suo fondatore avrebbe immaginato. Akhenaton non riuscì mai a vedere realizzata la propria Età dell’Oro, neppure all’interno della città che aveva costruito per incarnarla. Gli archeologi concordano nel ritenere che Akhetaton sia stata un paradiso soprattutto nelle intenzioni del suo creatore. Benché alcuni testi celebrativi lascino intuire un tentativo di mitigare le pene tradizionali, la città rimase presidiata da un corpo di polizia e la colonia operaia, situata alcune miglia a est della capitale, pur organizzata secondo criteri relativamente avanzati per l’epoca, ricorda ancora oggi un luogo di lavoro forzato. Gli affreschi della tomba di Mahu, comandante delle forze dell’ordine, mostrano prigionieri trascinati in catene davanti all’autorità. Anche le celebri 382 tavolette cuneiformi di Amarna restituiscono un quadro molto meno ideale di quello immaginato dal faraone.

Il regno fu attraversato da rivolte, invasioni e tradimenti. Dai confini settentrionali si diffuse un vasto movimento anti-egizio alimentato da principi vassalli ribelli e da popolazioni nomadi come i Sa-Gaz della Siria settentrionale e gli Habiru della Palestina, sostenuti dal potente regno ittita e dagli Amorrei. Le richieste di aiuto provenienti dalle città fedeli all’Egitto si moltiplicavano. Byblos, Tiro, Gerusalemme, Megiddo.

Eppure nulla sembra aver distolto Akhenaton dal proprio isolamento. Non esistono prove che abbia realmente organizzato una risposta militare per difendere i confini del regno. Al contrario, tutto lascia pensare che abbia scelto di non intervenire, quasi che la propria distanza dal mondo fosse ormai diventata anche una distanza dalla storia. È probabile che proprio questa scelta abbia accelerato il tramonto del suo progetto. Weigall interpretò questo rifiuto della guerra come una sorprendente anticipazione dell’ideale cristiano di fratellanza. È una lettura affascinante, ma non necessariamente convincente.

Più che una forma di pacifismo, l’atteggiamento di Akhenaton sembra nascere da un’altra convinzione: che l’ordine cosmico rappresentato da Aton dovesse trovare un riflesso perfetto nell’ordine terreno. In questa prospettiva, la rinuncia alla guerra era la conseguenza naturale di una visione del mondo nella quale la realtà avrebbe dovuto accordarsi spontaneamente con l’armonia del cosmo.

La morte del faraone, avvenuta intorno al 1334-1336 a.C. dopo diciassette anni di regno, segnò la fine dell’esperimento amarniano. Il giovane Tutankhamon – probabilmente suo figlio, come sembrerebbe suggerire il nome originario Tutankhaton – riportò la capitale a Tebe. Akhetaton fu abbandonata, saccheggiata e progressivamente cancellata. Anche il nome di Akhenaton subì la sorte peggiore che l’antico Egitto potesse infliggere a un uomo: la damnatio memoriae. Per oltre tremila anni il suo ricordo scomparve quasi del tutto, fino alla riscoperta moderna delle Lettere di Amarna e degli inni dedicati ad Aton.

Il suo corpo non è mai stato identificato con certezza. Si ritiene tuttavia che la sua tomba si trovi ancora oggi in un canyon isolato del Wadi Abu Hasah el-Bahri, nei pressi di Amarna.

Che cosa resta allora di Akhenaton? Molto più delle rovine della sua città. Più della sua corrispondenza diplomatica. Più della sua sepoltura perduta. Resta un uomo che continua a parlare alla modernità. Non sorprende che figure come Sigmund Freud e Thomas Mann abbiano trovato nella sua vicenda una fonte inesauribile di riflessione.

Forse nessuno lo ha raccontato meglio dello stesso Mann, nel quarto volume di Giuseppe e i suoi fratelli:

Il giovane re cercò di liberare lo spirito umano dalle catene dei vecchi dei zoomorfi per innalzarlo verso l’astratto, verso l’invisibile e l’inconcepibile (11).

Verso le nuove frontiere di un’Amarna digitale

Ed eccoci dunque al punto cruciale di questa digressione storica, che in realtà trae origine non tanto, o meglio non solo, dalla mia passione per la storia e per l’Antico Egitto, ma da un’intuizione che volevamo condividere: siamo oggi immersi in una sorta di Amarna digitale? O ancora meglio: possiamo immaginare una qualche forma di analogia tra il rapporto di Akhenaton con la sua epoca, che abbiamo definito ‘tangenziale’ e ‘parallelo al tempo’, e l’attuale relazione che va configurandosi tra le nuove tecnologie dell’intelligenza artificiale e il tessuto temporale e culturale del quale sono l’infrastruttura?

Che l’intelligenza artificiale sia in qualche modo ‘tangenziale’ al nostro tempo lo dimostra, a mio avviso, un fatto peculiare: tocca il nostro presente, come Amarna, ma orbita intorno a logiche che sono sue proprie. Sotto questo profilo, l’AI è una bolla nel deserto, esattamente come Amarna, un luogo assolutamente geometrico e, per certi versi, isolato (anche rispetto al nostro orizzonte di comprensione), in cui prevale una logica pura e ordinatrice, che è quella dell’algoritmo, nel suo complesso assimilabile a quel combinato di idee astratte che abbiamo richiamato nel tentativo di descrivere la nuova cosmologia ‘eliocentrica’ ed eretica del dio di Amarna.

È dunque ‘influente’, perché, come Amarna, condiziona lo spazio e il tempo in cui si manifesta, ma al contempo esterna, tangenziale, eretica, appunto, in quanto le sue logiche operative sono totalmente inusuali e straniere per il mondo cui si affianca. Data center, reti neurali e modelli computazionali costituiscono un’infrastruttura che opera accanto alla nostra esperienza quotidiana e, proprio per questo, continua a sembrarci in parte estranea. Non è forse un caso che continuiamo a definirla “artificiale”, quasi a sottolinearne la distanza rispetto a ciò che consideriamo propriamente umano.

Come una sorta di Akhetaton tecnologica, l’AI crea intorno alla sua ‘centralità eccentrica’ un nuovo ecosistema, un nuovo codice e, forse, potremmo cominciare a dire, un nuovo culto, che non si riduce al caos della vita e del pensiero umano (Tebe), ma cerca di ordinarlo in nome di un principio logico superiore (il sole/algoritmo), un principio unico che si propone come strumento d’eccellenza per la gestione della complessità (nella metafora, il pantheon degli antichi dei di Tebe e dei loro sacerdoti).

Al monoteismo solare di Aton succede così un monoteismo algoritmico, che toglie le vecchie certezze annunciandone di nuove, generando entusiasmo tra alcuni (gli innovatori di Amarna), e timore tra i più (quelli rimasti a Tebe vicino ai vecchi dei, i not adopter, quelli cui il nuovo dio/le nuove tecnologie non vanno a genio).

Ad Amarna sorge una generazione di pionieri (nell’analogia sarebbero gli innovatori che, anche nel nostro tempo, si chiudono in fortezze come la Silicon Valley) (12), circondata da curiosità, ma anche dal timore di chi, dalla nuova capitale, si sente escluso perché non ne conosce i simboli, il linguaggio (nell’analogia, i pesi neurali e le reti multi-strato), o semplicemente perché teme di lasciare la vecchia città e i vecchi dei per quello nuovo.

Tra queste tensioni, l’Amarna digitale sorge come la black box dell’AI: un luogo nel quale si produce il futuro, ma che è in fondo già futuro e che proprio per questo risulta in fondo inaccessibile.

Ma le analogie non si fermano qua. Me ne sono reso conto mentre scrivevo del realismo dello ‘stile di Amarna’: i vitelli che saltellano tra i papaveri, le anatre selvatiche che si fanno strada tra le paludi, gli uccelli volteggianti sugli stagni coperti di iris, i pesci dalle squame argentate. Lo stile di Amarna fu rivoluzionario perché impose un realismo quasi esagerato, una copia talmente fedele della realtà da risultare indistinguibile da essa, pur nascendo da un’ideologia astratta.

Le sue sembianze iper-reali sono quelle dell’AI generativa che ci stupisce e ci inquieta con la sua verosimiglianza estetica che è figlia di un ordine centralizzato, quasi teologico, come quello di Aton, che si sostituisce alla spontaneità creativa ed espressiva, cristallizzando ogni immagine dietro il suggello del concetto/algoritmo. Come le immagini dell’AI, le figurazioni artistiche di Amarna non nascono da un’esperienza vissuta o da un’anima, ma dall’applicazione rigida di un codice astratto dal quale nasce un’estetica nuova, che riproduce e imita la vita attraverso l’artificio di un linguaggio logico e geometrico, tanto perfetto, quanto, a volte, straniante.

Amarna era una città fragile. Isolata nel deserto, distante dal resto dell’Egitto, compresa fino in fondo da pochissimi. Con la morte del suo fondatore scomparve quasi completamente. Il mito che l’aveva pervasa non sopravvive a chi lo aveva concepito. Pochi capivano, molti erano ostili, molti (anche all’epoca) avevano paura per i loro privilegi (i sacerdoti di Tebe), e poi Amarna era esclusiva: solo gli eletti figli del sole potevano accedervi, su questo Akhenaton era tassativo.

Isolata dal suo tempo, pur essendone, in fondo, protagonista, era rimasta tangenziale, parallela, senza mai integrarsi con esso. Troppo perfetta per essere umana, troppo concettuale, si era erta sopra il tempo come una sorta di prefigurazione dei Campi Aaru (13), un eden geometrico specchio della perfezione ultraterrena ed era caduta. Che ne sarà allora dell’Amarna digitale? Saprà integrarsi, saprà includere, o resterà come il tempio di Aton, proiettata verso uno spazio geometrico e puro del tutto irraggiungibile e, in fondo, ostile? (14)


(1) L’Inno ad Aton, conosciuto anche come Grande inno ad Aton o Inno al Sole, è considerato un importante testo teologico e letterario dell’antico Egitto e uno degli esempi più antichi di inno. Viene attribuito al faraone Akhenaton e ci offre uno scorcio sull’espressione artistica dell’epoca dell’atonismo
.


(2) Nel pantheon egizio, il dio sole venerato nella città di Eliopoli è Atum (spesso assimilato a Ra e noto anche come Tem o Tum). Secondo il mito locale della creazione, Atum fu la prima divinità a emergere spontaneamente dalle acque primordiali del caos, dando poi origine agli altri elementi cosmici.


(3) Dio induista del Sole, è uno degli Aditya, figlio di Aditi, dea del cielo. Presente anche nelle tradizioni buddista e giainista e adorato fin dal periodo vedico, è considerato colui che realizza il Brahman, la verità eterna.


(4) Per un approfondimento filologico sulla transizione teologica e i reperti legati al culto di Aton, si rimanda alla collezione e agli studi del Museo Egizio di Torino.


(5) Dio del cielo, della guerra e della giustizia, usualmente rappresentato con le sembianze di un falco, è figlio di Iside ed Osiride, che vendica dopo che questi è stato ucciso da Seth. I faraoni erano spesso definiti ‘Horus viventi’.


(6) Dio del deserto, del caos e della violenza, era rappresentato con sembianze umane e testa di cane. Per la sua forza brutale era considerato colui che incrinava l’ordine cosmico (Ma’at).


(7) Antichissima divinità della mitologia egizia il cui nome significa “colui che apre le strade”. Rappresentato come un lupo o un canide dal manto grigio/nero, svolgeva l’importante ruolo di guida sia sui campi di battaglia che nell’aldilà, proteggendo il faraone e accompagnando le anime.


(8) Aggiornamenti costanti sugli scavi di Amarna e la catalogazione scientifica delle tavolette d’argilla sono disponibili nel database archeologico di ‘The Oriental Institute’.


(9) Weigall A., Life and Times of Akhnaton, Harmakis Edizioni, 2019.


(10) Con il nome di Tavolette di Amarna o Lettere di Amarna vengono indicate 382 tavolette di argilla cotta essiccata al sole, incise a caratteri cuneiformi. Di queste, circa 300 furono trovate nel 1887, secondo la tradizione scoperte per caso da una contadina egiziana nell’area dell’antica capitale del faraone Akhenaton, ora chiamata Tell el-Amarna.


(11) Mann T., Giuseppe e i suoi fratelli, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2000.


(12) Un altro esempio attuale di città parallela ideale è quello di Próspera, la “startup city” che si trova dentro il territorio dell’Honduras, pur non facendone pienamente parte. L’enclave è una delle ZEDE (acronimo in spagnolo che sta per “Zona di occupazione e sviluppo economico”) istituite dal Paese centroamericano per incentivare la crescita e l’innovazione. Il cuore di questa città si trova a Roatán, un’isola circondata dal mare cristallino dei Caraibi, dove numerosi resort coesistono con la popolazione locale. Un enorme palazzo svetta al centro di questa città del futuro: Duna Residences, che unisce appartamenti, uffici, spazi per coworking e negozi. L’edificio è il simbolo dello statuto speciale di Próspera, che gode di norme proprie e di un regime fiscale favorevole alle imprese. Una di queste è Minicircle che, nella sua clinica, propone una terapia genica sperimentale che promette la gioventù (quasi) eterna.


(13) Nella religione egizia, i Campi Aaru, o ‘campi dei giunchi’, sono la residenza dei defunti. Collocati nel cielo orientale, dove sorge il sole, erano descritti come un’infinita distesa di acque fino al Nuovo Regno, quando cominciarono ad essere rappresentati come campi coperti da messi, che i defunti aravano, seminavano e mietevano.


(14) Sul futuro dell’AI tra esclusione amarniana e controllo proprietario le opinioni sono ad oggi divergenti. Il rischio di un’AI esclusiva, che non integri e resti quindi ‘tangenziale’ rispetto al mondo, trova il suo contrappunto nel timore di quanti credono che l’AI tenderà invece ad integrarci e a possederci. Secondo questa prospettiva, l’AI non sarà un regno a parte, come l’Amarna di Akhenaton, ma una sorta di Panopticon benthamiano, in cui i proprietari del nuovo regno potrebbero diventare i custodi della conoscenza, arrivando a gestirla nel loro interesse esclusivo, occupando la nostra società e i suoi spazi dall’interno e assoggettando le intelligenze umane.

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