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Conoscersi per aver cura di sè

Photo Copyright Cyril Mouty

«È la nostra insufficienza ontologica, quella parte per cui noi irrevocabilmente necessitiamo della relazione con gli altri, a richiedere che il lavoro dello sguardo interiore sia integrato dal confronto con altri sguardi, che slargano il pensiero su altre visioni, su altre possibilità di interpretare l’esperienza.»

Luigina Mortari

Gli esseri umani non hanno sempre dovuto gestirsi e pensare a sé. Qualcuno, agli albori della storia, aveva questa funzione nei loro confronti, se ne prendeva cura e li gestiva. Platone racconta nel Politico, di un tempo in cui gli umani vivevano beati, in cui erano gli dei a preoccuparsi di loro, a fare in modo che l’universo rispondesse a un criterio di ordine. Questo tempo magico volse al termine quando Crono e gli altri dei decisero di ritirarsi. Da quel momento, agli uomini fu chiesto di prendersi cura di sé, in piena autonomia.

Le abilità che attiva il Self Management possono esprimersi e realizzarsi sia in ambito professionale che personale. Servono nel lavoro per gestire il tempo, gli obiettivi, per fare accadere e funzionare le attività. Servono nella vita privata per guardare al nostro vissuto emotivo, dare senso al nostro agire e avere un ruolo nel disegnare il nostro futuro.

Il Self Management viene spesso associato al concetto di resilienza – quella capacità di affrontare le avversità con uno spirito positivo e reagendo velocemente – che fa eco al noto detto «non è importante cadere, ma sapersi rialzare». Io credo che nel dolore, a volte, sia importante imparare a stare, senza che vi sia un ricerca affrettata verso il benessere o una risposta reattiva orientata a scansare le emozioni più faticose.

Quando ho letto “La società senza dolore” di Byung-chul Han, ho riflettuto su questa credenza, sempre più pervasiva soprattutto nel contesto organizzativo, per cui il Self Management sia una capacità necessaria da allenare per ricercare, in modo a volte prescrittivo, la felicità e la motivazione, dando senso al sé e alle nostre relazioni. E allora, i percorsi di coaching e di potenziamento personale sono pensati per alleviare stati di disagio, per uscire da situazioni di sofferenza individuale. Ma, e cito il filosofo sud coreano:

«Il dolore acuisce la percezione di sé. Esso contorna il sé. Disegna i suoi contorni. Dobbiamo al dolore anche il senso dell’esistenza.»

Self Management quindi come possibilità di allenare anche la capacità di comprendere e tollerare il dolore, di sostare nella frustrazione, di accogliere le emozioni più spiacevoli, mantenendo al contempo centratura su di sé e connessione con gli altri. Essere, quindi, capaci di comprendersi e capirsi accettando anche l’inevitabile sofferenza, non come forma di autocompiacimento, ma come opportunità per ricercare benessere e realizzazione anche sotto altre prospettive. Non è un inno al dolore: ho sempre sostenuto la necessità di poter disporre nel proprio contesto lavorativo di momenti di leggerezza. Ma il dolore, e riprendo sempre la lettura illuminante di Byung-chul Han, è in grado di generare trasformazione, dà forma allo spirito e ci consente di produrre rivoluzioni personali e storiche, a differenza dell’aggrapparsi al positivo.

Solo questo rappresenta già un punto di arrivo, o, quantomeno, uno stadio avanzato della gestione di sé, del Self Management. Prima di accettare e accogliere il dolore, c’è l’imprescindibile esercizio di conoscere se stessi. Ricordo (per averlo ristudiato recentemente con una delle mie figlie) che per Socrate, avere cura di sé e conoscere se stessi non erano due prassi coincidenti, ma l’una preliminare alla seconda.

Spesso faccio l’esercizio di ripetermi, soprattutto nel ruolo di coach, che ci sono dei limiti in questa pratica e che riconoscerne i confini permette di non cadere nella tentazione di assumere una «dannosa illusione di onnipotenza» come la definisce Luigina Mortari in “Avere cura di sé”. E già vedere e accettare questi limiti può voler dire fare esperienza del dolore, con la naturale finitezza della nostra possibilità di conoscerci.

Mi sono chiesta più volte se facessi abbastanza per le persone (a proposito di accettare i propri limiti), se quello che mi chiedevano di essere per loro, il mio ruolo di guida, fosse adeguato alle aspettative e in grado di generare un reale cambiamento.

Rispetto a questa domanda, mi sono impegnata per spostare il focus da “quello che potevo fare io” a “come nutrire la loro reale e viva intenzione di formarsi” lavorando, insieme a loro, su quell’energia vitale che intenzionalmente coltivata dà forma alla propria esistenza e costruisce la nostra passione per la ricerca di orizzonti di senso.

Sì, anche in ambito professionale.

Proprio lì dove l’espressione Self Management sembra, e forse vuole, essere principalmente intesa (o fraintesa) come capacità di portare a termine i propri obiettivi, possibilmente anche con un’eccellenza nel risultato. D’altra parte, la nostra società si connota, e sempre di più, come una società della performance, prendendo questa espressione da Maura Gancitano e Andrea Colamedici.

Ma Self Management significa, a partire dalle origini del pensiero greco, occuparsi del proprio sentire e del proprio pensare.

In contesti aziendali e comunque sociali, che si basano sull’interdipendenza tra le persone, questo esercizio diventa allora anche la base per costruire relazioni positive, solide, dove ciascuno si riconosce e riconosce l’Altro. Avere capacità di auto comprensione rappresenta la condizione sufficiente e necessaria per creare delle connessioni vere e stabili con le altre persone. Questo non vuol dire eliminare il dolore che talvolta esiste in alcune relazioni, ma riuscire a creare uno spazio per accogliere le differenze e lavorare per l’integrazione. Se pensiamo al Self Management come azione trasformativa, allora considerare l’Altro diventa un passaggio obbligato: non ci può essere nessuna conoscenza autentica, né gestione funzionale di sé se non ci si nutre anche di ciò che sta fuori da noi.

 

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